giovedì, febbraio 22, 2007

 

Lorenzo


Ecco il nostro Lorenzo!
E' nato il 12 febbraio alle 16,12
(2840gr, 51cm).
Benvenuto!!!

Un bel piedino, no?!
E' quello che Fabiola sentiva scalciare in continuazione!

giovedì, ottobre 12, 2006

 

Elenco articoli

Storia contemporanea www.paolostoria.blogspot.com
O livro. Il mio commento alla Bibbia www.paoloreligione.blogspot.com
Guerra e violenza sulle donne
Beati gli operatori di pace
Coraggio Africa!
I conflitti nel mondo contemporaneo
Un mulino. Perché? di Marco Antinori
Brasile terra promessa: articolo sull'ultimo viaggio
31 ottobre 2004: il giorno più bello della mia vita
I miei programmi scolastici: leggeteli e ...criticateli!

mercoledì, ottobre 04, 2006

 

storia contemporanea

i miei appunti di storia contemporanea li trovate al seguente indirizzo:
www.paolostoria.blogspot.com
leggette e criticate!

domenica, marzo 12, 2006

 

O livro: religione per principianti

Ecco la prima parte del mio libro di religione: contiene i mie commenti alla storia della salvezza, da Abramo fino all'Apocalisse.

Il testo si trova al seguente indirizzo: www.paoloreligione.blogspot.com

 

Guerra e violenza sulle donne[1]

Perchè la guerra si accanisce contro le donne? Perché, paradossalmente, sono l’anello più debole e quello più forte su cui si regge la società, su cui si fondano gli equilibri più profondi della società. Colpendo le donne si danneggia irrimediabilmente la parte femminile della popolazione nemica, quella che perpetua la vita, e si annichilisce psicologicamente la parte maschile, che è stata incapace di difenderla. Incredibilmente, ma non senza una logica perversa, di fronte a queste efferratezze la reazione dell’ambiente che circonda le donne è per lo più il silenzio. Il silenzio delle vittime, che vogliono soltanto essere dimenticate, temendo che ogni pubblicità sui soprusi subìti difficilmente renderà loro giustizia, mentre più facilmente apporterà nuovi traumi e nuove sofferenze.
E tuttavia, sono proprio le donne, grazie alle loro uniche capacità di adattamento, i soggetti in grado di disattivare i meccanismi della distruzione e della violenza, grazie al loro ruolo “strategico” nell’educazione dei figli e in generale delle giovani generazioni.
Cosa fare? L’istruzione è il primo passo per mettere in grado le persone di difendere i propri diritti e costruire la pace. Racconta Roberta Rughetti, di AMREF: “Ho incontrato Robinah, durante una missione di verifica della fattibilità di un intervento di AMREF nella scuola di Y.Y.Okot nel distretto di Kitgum (Uganda); Robinah ha 16 anni, frequenta la scuola da due e da grande vuole diventare giornalista. La scuola Y.Y.Okot è frequentata da circa 600 studentesse, di cui quasi la metà orfane a causa della guerra e più di cento hanno subito forme disparate di violenza da parte dell’ LRA -Lord Resistance Army- l’esercito dei ribelli responsabile di questa interminabile guerra civile. In un distretto dove la normalità è l’insicurezza, anche la scuola non è un luogo sicuro. La notte le ragazze hanno paura di uscire dal dormitorio e andare nei bagni che si trovano in un edificio separato: è capitato proprio che nel cuore della notte, alcune di loro venissero aggredite dai ribelli. Prima di andarmene Robinah mi dice quelle che secondo lei sono le priorità della scuola: chiede che venga riabilitato il laboratorio di chimica, che sia costruito un nuovo dormitorio, ma soprattutto chiede che vengano aggiornati i testi scolastici, che arrivino i quotidiani, perché vuole che un giorno, quando la guerra sarà finita, anche lei abbia la possibilità di contribuire, con il suo lavoro di giornalista, a ricostruire e riunire il suo paese superando i particolarismi”.
Queste donne colgono a fondo l’importanza dell’impegno pieno per reagire ad una situazione estrema. Sono donne come Robinah che possono cambiare il mondo.


[1] Convegno organizzato dall’ “Archivio Disarmo”, presso il Liceo Mamiani, il 07/07/05; interveti del prof. F.Battistelli e della dott.ssa R.Rughetti.

 

Beati gli operatori di pace


“Come non pensare alla violenza che si fa alla vita di milioni di esseri umani, specialmente bambini, costretti alla miseria, alla sottonutrizione e alla fame, a causa di una iniqua distribuzione delle ricchezze tra i popoli e tra le classi sociali? O alla violenza insita, prima ancora che nelle guerre, in uno scandaloso commercio delle armi che insanguinano il mondo?”.
Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium Vitae, 1995.

Tra il 1993 e il 2002 le nazioni del mondo hanno speso complessivamente 7238 miliardi di dollari in produzione di armi e ricerca militare
[1] (in media 723,8 miliardi all’anno); per eliminare fame e malattie nei paesi sottosviluppati basterebbero 40 miliardi ogni anno. Dinanzi a tale ingiustizia non possiamo rimanere inermi: la produzione delle armi continene una insita violenza -dice Giovanni Paolo II- e produce un’ingiustizia che siamo chiamati a denunciare e a fermare.
I principali produttori ed esportatori di armi nel mondo sono USA, Russia, Francia e Inghilterra
[2], le quali sono anche le nazioni che siedono come membri permanenti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quelle nazioni cioè che dovrebbero garantire la pace nel nostro mondo. Modestia a parte, l’Italia è il 7° produttore mondiale di armi ed il 2° se si considerano solo le armi leggere, ovvero quelle armi che possono essere trasportate da due persone (o, peggio, due bambini): mine, pistole, mitragliatrici.
Ebbene: nel giugno 2006 si terrà a New York la seconda conferenza ONU sui traffici illeciti di armi leggere. Vogliamo coinvolgerci e fare pressione affinché venga stipulato un Trattato Internazionale sul Commercio delle Armi, che costringa alla trasparenza i produttori e i trafficanti di armi.
La Rete Italiana per il Disarmo ha deciso di aderire alla campagna internazionale Control Arms, una petizione con l’obiettivo di raccogliere un milione di firme e di volti da presentare all’ONU in occasione della conferenza di giugno. Possiamo aderire mettendo la nostra firma, ma soprattutto “mettendoci la faccia”, facendoci fotografare, per dire NO al commercio di armi.
Beati gli operatori di pace, dice il Vangelo (Mt 5); operare per la pace significa innanzitutto informarci e, perchè no?, far sentire la voce di chi non ha voce, di chi è schiacciato dall’ingiustizia e dalla violenza.

Per aderire alla campagna vi aspettiamo domenica 26 marzo a p.za rosolino pilo, ore 10-18.

[1] Stockholm International Peace Research Institute, SIPRI Yearbook 2003: Armaments, Disarmament and International Security, Oxford University Press, 2003, pp.203-228.
[2] SIPRI Yearbook 2003.

giovedì, gennaio 26, 2006

 

Coraggio Africa!

“Per sfamare il terzo mondo sono necessari 40 miliardi di dollari. Le nazioni del mondo spendono complessivamente 1000 miliardi di dollari in armamenti. E’ necessaria una conversione.” P.Alex Zanotelli[1]

E’ necessario che l’occidente ricco aiuti il terzo mondo e l’Africa in particolare -continua l’intervista- e non solo più per motivazioni religiose o etiche ma perché entro pochi anni i problemi dell’Africa esploderanno e diventeranno i nostri problemi. E’ nel nostro interesse aiutare l’Africa.
Sulla scia delle sue parole vogliamo, con questo articolo, aprire una finestra su due genocidi avvenuti nel centrafrica negli anni ‘90: quello in Rwanda e quello in Congo-Zaire.
La zona di cui ci interessiamo è quella del bacino del fiume Congo, tra Congo, Uganda e Rwanda: è una delle zone più ricche dell’Africa e del mondo intero in virtù di miniere di oro, diamanti e minerali utili all’industria militare e delle telecomunicazioni (come il coltan, utilizzato in tutti i nostri telefoni cellulari). Dal punto di vista storico ricordiamo soltanto che tutti i paesi dell’Africa sono stati colonizzati (e depredati) dall’Europa almeno dal 1500 in poi, e che solo all’indomani della seconda guerra mondiale ottengono l’indipendenza. Più precisamente il Rwanda ottiene l’indipendenza dalla Francia nel 1959 e il Congo-Zaire ottiene l’indipendenza dal Belgio nel 1960.

Rwanda
6 aprile 1994: viene abbattuto l’aereo che trasporta i capi di stato di Rwanda e Burundi (Habyarimau del Rwanda e Ntaryamira del Burundi). I due avevano siglato gli accordi di pace di Arusha nel luglio 1993 ponendo così fine ad un sanguinoso conflitto iniziato nel 1990 per la determinazione dei confini, nella zona del Kivu. Non si saprà mai chi è il mandante, anche se gli hutu incolpano il capo tutsi Kagame e compiono massacri contro i civili tutsi: si stimano 1 milione di vittime, fatte a pezzi a colpi di macete. Kagame e i tutsi rispondono alle violenze subite, compiendo altri massacri, espugnando la capitale Kigali ed imponendo un regime militare. Circa un milione e mezzo di hutu rwandesi, perseguitati, hanno poi cercato rifugio in Congo-Zaire, nella zona tra le città di Goma e Bukavu.
La situazione odierna è presentata dal presidente della conferenza episcopale del Rwanda mons. Alexis Habiyambere, S.I.
[2]:
“Siamo ancora di fronte alla sfida della riconciliazione nazionale. È una sfida che riguarda tutti, la Chiesa ma anche la società e la politica. Sono passati 10 anni dal genocidio rwandese che ha fatto almeno 1 milione di vittime. Dieci anni sono ancora troppo pochi per una piena riconciliazione e una vera ricostruzione del tessuto sociale. Ma questo non ci scoraggia e anzi ci sprona ad agire per la pace: bisogna essere pazienti e dare tempo al tempo, pensando al futuro delle nuove generazioni. Il nostro lavoro per riconciliare il popolo rwandese si esprime attraverso molteplici attività. Abbiamo costituito sinodi diocesani nei quali la popolazione rwandese si incontra, discute e si rende conto che siamo fratelli che dobbiamo camminare insieme per costruire un futuro per tutti. A livello formativo, le scuole cattoliche svolgono un’importante funzione per educare le nuove generazioni al rispetto e all’amore dell’altro. I movimenti della gioventù cattolica svolgono un compito di aggregazione e di formazione di bambini e ragazzi di tutte le etnie. Vi sono anche diverse comunità ecclesiali di base formate, da 30-40 famiglie, che vivono insieme alla luce del Vangelo. Non c’è migliore educazione alla pacifica convivenza che quella di risolvere congiuntamente problemi comuni. Le comunità di base sono importanti perché sono un movimento che parte dal basso, esprimendo dunque il sentimento di pace e di riconciliazione che inizia a diffondersi nella società rwandese. Un contributo molto importante alla cultura della pace è offerto infine dalla Commissione Giustizia e Pace”.


La lotta per il potere nel Congo-Zaire
[3]
La notte tra l’8 ed il 9 ottobre 1996 Laurent Desiré Kabila, congolese di etnia tutsi e nemico di Mobutu
[4] che stava allora al governo, organizza una spedizione dal Rwanda e punta verso la capitale Kigali. Quando raggiunge la capiatle, il 17/05/1997, avrà compiuto massacri uccidendo almeno 800.000 hutu. Mobutu fugge a Rabat (Marocco) con l’appoggio degli USA.
Da chi è appoggiato Kabila? Da multinazionali come De Beers e American Mining Fields che vogliono sfruttare le enormi miniere di diamanti e tantanio, e che permettono a L.D. Kabila di essere ben rifornito di armi; e non vanno trascurati gli aiuti prestati da stati che vogliono partecipare alla spartizione delle ricchezze: USA, Francia, Angola, Zimbabwe, Sudafrica.
Appena giunto al potere, L.D. Kabila vuole schiacciare i “vermi rwandesi” (gli amici diventano nemici) e solleva i tutsi: siamo al 02/01/1998. Nell’agosto del 1998 gli eserciti di Rwanda, Burundi e Uganda si schierano, insieme a ribelli, contro Kabila, mentre Angola, Zimbawe, Namibia, Ciad, Sudan e Libia sostengono Kabila. Il conflitto è sanguinoso e (nelle dissestate strade del Congo) difficilmente controllabile. A nulla valgono gli accordi di cessate il fuoco firmati a Lusaka nel 1999. L’ONU decide di intervenire (è il 24/02/99) dapprima con 5.000 e poi con 10.800 uomini; anche l’Unione Europea invia 1.500 uomini (nel giugno 2003).
Intanto il 16/01/01 L.D. Kabila viene ucciso; assume il potere il figlio Joseph Kabila con il quale il Congo ritorna ad un certo regime democratico: il 30/07/02 viene firmata una pace (accordo di Pretoria) che prevede il ritiro dal Congo di tutte le truppe rwandesi e ugandesi; finalmente il 17 luglio 2003 viene instaurato un nuovo governo di transizione, guidato da J.Kabila e composto da 4 vicepresidenti (di differenti etnie), 36 ministri e 400 parlamentari.
Si stima che il numero totale di vittime sia superiore ai 3,5milioni, cui si aggiungono circa 2,5milioni di persone tra profughi e sfollati.
Oggi la situazione non sembra molto migliorata: la popolazione si trova infatti in balia delle violenze di gruppi armati che compiono massacri, saccheggi, estorsioni, stupri.


Dinanzi alla sofferenza di tanti nostri fratelli, ci chiediamo: come noi-chiesa, possiamo divenire “prossimo” di queste popolazioni per incoraggiarle ed accompagnarle nel loro sviluppo? Come adoperarci per una nonviolenza attiva? Se crediamo nella logica evangelica della fratellanza allora possiamo già ora porre un piccolo gesto:“dire no” alla produzione delle armi, “dire no” alle banche che finanziano i produttori di armi (prime fra tutte Banca di Roma, Banca Intesa, Banca Nazionale del Lavoro
[5]).
Coraggio dunque all’Africa e coraggio a tutti noi!

[1] Intervista rilasciata a Radio Maria il 19/01/06, nel notiziario delle 19.00. Per approfondimenti sulla situazione africana: A.Zanotelli, Korogocho, alla scuola dei poveri, ed. Feltrinelli. P.G.Fornoni Un santo all’inferno intervista a P.Alex Zanotelli (vhs di 25min) di cui io ho copia.
[2] Per approfondimenti: intervista rilasciata all’Agenzia Fides il 13/09/04.
[3] Zaire: capitale Kinshasa; territorio 2.345.409 kmq (7 volte l’Italia); abitanti 60 milioni di persone divisi in circa 300 etnie; speranza di vita 65 anni gli uomini, 71 le donne.
[4] Sese Seko Mobutu, un capotribù venerato come una divinità, assume il potere del Congo nel 1965 a seguito di un colpo di stato, spodestando il democratico presidente Lumumba, e governa come un padre-padrone Tra i suoi nemici c’è Kabila (che vive di piccoli commerci illegali di oro e diamanti).
La storia del Congo contemporaneo si può riassumere in pochissime date: nel 1885 la conferenza di Berlino guidata da Bismark dichiara il Congo “proprietà personale” del re Leopoldo I; nel 1907 il parlamento ne rivendica il possesso ed il re Leopolodo II è costretto a cederelo al Belgio: brucia tutti i suoi archivi (ci vorrà una settimana!) e lascia 10 milioni di vittime. Finalmente il 30/06/1960 il Congo ottiene l’indipendenza dal Belgio: il primo presidente liberamente eletto è Kasavubu, ed il primo ministro è Lumumba (considerato un pericoloso marxista da USA e Francia perché vuole instaurare democrazia e uguaglianza). Sarà ucciso il 17/01/1961.
[5] Per esaminare gli importi ogni anno autorizzati dal Governo Italiano per ogni singola banca per il finanziamento di armi: www.banchearmate.it

mercoledì, gennaio 11, 2006

 
“I conflitti nel mondo contemporaneo”

I conflitti hanno segnato e segnano continuamente la storia dell’umanità: chi è più forte tende ad allargare i propri confini a danno degli altri, in cerca di materie strategiche e di tasse da richiedere. Evidentemente sono le nazioni più forti a conquistare quelle più deboli: ebbene parliamo di “geopolitica” quando associamo alla forza politica e militare di uno stato la sua posizione geografica e la sua forza economica (o, in altri termini, l’aspetto strategico, politico ed economico). Così, ad esempio, l’Inghilterra è agevolata dalla sua posizione geografica perché non si deve preoccupare di difendersi da eventuali invasioni (il mare è una naturale difesa), mentre la sua storia politica le garantisce grande stabilità (fin dai tempi della Magna Charta Libertatum del 1215)[1].
Dal punto di vista geopolitico, cioè, l’Inghilterra risulta essere forte, tanto da non dover andare alla ricerca di alleati ed anzi realizzare lei stessa una politica di sopraffazione (le colonie) e di autonomia rispetto agli altri stati (ancora oggi non aderisce alla moneta unica).
Viceversa la posizione geografica dell’Italia non le garantisce una difesa assoluta (tant’è che è stata dominata da barbari, spagnoli, francesi, austriaci) ed inoltre la sua frammentazione interna in vari statarelli non le ha permesso di rafforzarsi dal punto di vista politico (già Dante nel lontano 1300 sgridava l’Italia perché era divisa; cfr. i canti 6° di inferno, purgatorio e paradiso). Dunque l’Italia dal punto di vista geopolitico (strategico, politico ed economico) è debole e non può fare a meno di allearsi con altri stati che la possano proteggere. Ma per garantirsi protezione da un lato ed autonomia dall’altro, l’Italia stringe alleanze con tutti: così iniziamo la prima guerra mondiale con la Prussia di Guglielmo II e quasi contemporaneamente stringiamo accordi segreti con la Francia di Napoleone III. Ed ancora: entriamo nella seconda guerra mondiale con la Germania di Hitler, salvo poi firmare in gran segreto l’armistizio con gli Alleati. L’Italia è una bella donna…che balla con tutti! Ma questo è l’unico modo, per una nazione debole, di garantirsi un posto tra le nazioni “che contano”. Ecco: la geopolitica studia le relazioni tra gli stati a partire dalle singole posizioni geografiche, politiche, strategiche.
Oggi, nell’era del post-bipolarismo, della globalizzazione, la maggior parte delle “aree calde” si trovano nel sud del mondo, specie sotto l’equatore, là dove ci sono ingenti ricchezze minerarie da spartirsi.
[2]
Purtroppo la logica della sopraffazione porta con sé distruzione e morte: a pagarne le spese sono sempre di più i civili. Si stima che la prima guerra mondiale ha mietuto 20 milioni di vittime, di cui 7 milioni di civili –circa il 35%; 40 milioni di vittime la seconda guerra mondiale, di cui 20 milioni di civili –il 50%. Nel dopoguerra, dal 1946 al 2000 (un periodo che in Europa definiamo di “pace”) si sono susseguiti oltre 150 conflitti suddivisi tra Africa subsahariana (42 guerre), Estremo Oriente (37), America Latina (24), Medio Oriente (20), Europa (16), Asia Meridionale (13); tali guerre hanno causato oltre 23 milioni di morti, per due terzi civili (per lo più donne, anziani e bambini).
Sembra che la storia non abbia insegnato niente: la fine del bipolarismo anziché concludere le ostilità, ha dato spazio ad un’ulteriore instabilità sia nell’area ex-sovietica (Balcani, Cecenia, Ossezia) sia nel resto del mondo, con un accendersi di conflitti che ai nostri occhi vengono definiti di tipo “etnico-tribale” (come in Congo). Ciò che non è cambiato nel corso della storia è la motivazione che accende i conflitti: la sopraffazione economica.
Se la maggioranza dei paesi di Africa, America Latina ed Asia versano in tragiche condizioni ciò è dovuto innanzitutto dalla logica coloniale europea (iniziata nel lontano 1500 e mai terminata) e successivamente dalla logica di potere personale che ha guidato molti governati degli stessi paesi. Le origini dell’insanguinata storia del ventesimo vanno ricercate dunque nelle colpevoli sopraffazioni dei regimi coloniali; e se oggi parte del mondo gode della globalizzazione, del progresso medico e tecnologico, ebbene tale parte del mondo deve riacquisire la consapevolezza che tale sviluppo è avvenuto ed avviene sul sangue del resto dell’umanità: mi riferisco alle guerre per il petrolio, per i diamanti, per l’uranio.
Come tacere dinanzi all’ingiustizia? Il profeta Geremia, che doveva denunciare violenze ed oppressione, si rivolgeva a Dio con queste parole: “Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: Violenza! Oppressione! Così la parola del Signore è diventata per me oggetto di scherno ogni giorno. Mi dicevo: non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20, 8-9). Neanche noi possiamo più tacere: dinanzi all’ingiustizia ed alla violenza la parola di Dio brucia come un fuoco e noi non possiamo rimanere in silenzio. Dobbiamo avere la lucidità di denunciare che le guerre generano violenza ed oppressione, che va fermato il traffico di armi (l’Italia è il 2°esportatore mondiale di armi leggere), che solo la lieta novella dell’ “Ama il prossimo tuo”(Lc 10,27) è portatrice di giustizia e di pace.

[1] Già nel 1215 con la Magna Charta Libertatum viene vietato l’arresto arbitrario e si obbliga a dare luogo ad un regolare giudizio (clausola detta dell’habea corpus). Nel corso della storia ricordiamo altre tappe significative dell’evoluzione del diritto con la Petition of Rights del 1628, con l’Habea Corpus Act del 1679 ed ancora con la dichiarazione dei Bill of Rights del 1689.
[2] Così, ad esempio, al congresso di Berlino del 1885 il grande cancelliere Bismark dichiara il Congo “patrimonio personale del re Leopoldo II del Belgio”. Nel corso della storia la Francia rafforzerà i suoi domini coloniali su Algeria, Senegal, Costa d’Avorio; l’Inghilterra sull’India, Kenia, Sudafrica. E l’Italia? L’Italia -che non vuole essere da meno- si dirigerà verso Etiopia ed Eritrea, Somalia e Libia.
Bibliografia di riferimento: E. Hobsbwan, Il secolo breve, Rizzoli, Bergamo, 1998; M. Simoncelli, Guerre senza confini, Ediesse, Roma, 2003; www.disarmonline.it

 
UN MULINO. PERCHE’? di Marco Antinori


Poco più di un anno fa le Suore Francescane dei Poveri in collaborazione con la parrocchia S.M.Regina Pacis facevano partire il progetto per finanziare la costruzione di un mulino da mettere al servizio di alcuni villaggi della savana in Senegal. Questo progetto venne chiamato “Un mulino, perché?”.
In effetti, per chi non ha avuto mai la fortuna di vedere la “vera” Africa era proprio necessario spiegarlo questo perché.
La maggior parte di noi quando pensa ad un mulino porta subito alla mente la figura classica delle pale che girano al vento, o magari di una grande ruota azionata dalla forza dell’acqua di un fiume e certo non è facile collocare queste immagini in mezzo ad una brulla savana.
E allora era giusto, nel lanciare il progetto, far capire a tutti noi che cos’è un mulino in Senegal e qual è l’importanza che può avere per le persone che lo utilizzano.
Ebbene un mulino altro non è che una semplice costruzione con all’interno una macchina che serve per macinare i vari prodotti della terra che le persone dei villaggi circostanti portano nell’arco della giornata.
Inoltre, cosa più importante, le persone che usano il mulino sono, di fatto, solo donne e la possibilità di utilizzare un mulino equivale a tutti gli effetti ad un cambio radicale delle proprie abitudini, dei ritmi della giornata, e ad un miglioramento enorme della qualità della vita. Di fatto, in pochi minuti il mulino svolge per queste donne il lavoro che di solito le tiene occupate dall’alba fino all’ora del pranzo, ogni giorno della loro esistenza.
Capito questo, si può pensare che tutto sommato andare a vedere di persona il famoso mulino del famoso progetto non potesse aggiungere più di tanto alla nostra esperienza. Invece, così non è stato. Anzi, una volta ancora abbiamo avuto la riprova di quanto le parole siano spesso inadatte a spiegare eventi, ragioni ed emozioni.
Vivere sul posto il “perché” di un mulino è stata un’esperienza grandissima, che ci ha dato la possibilità di entrare in contatto con la quotidianità della famiglia dei villaggi africani e di sentire realmente, più con il cuore che con le orecchie, il vero valore che esso riveste, e l’accoglienza ricevuta è stato il modo per misurarlo.
Al nostro arrivo, le famiglie che vivono vicino al mulino ci hanno aperto senza esitazione le loro case, o per meglio dire le loro capanne, mostrandoci tutti i luoghi dove si svolge la normale attività quotidiana. La benedizione del mulino e la successiva festa sono state caratterizzate da quella semplice e caldissima accoglienza di cui solo questa gente è capace. Non mancava proprio niente, persino la coca cola per dei poveri “tubab” (come veniamo chiamati noi bianchi) che non possono bere l’acqua del posto. Il responsabile della comunità ha voluto ringraziarci pubblicamente spiegando ancora una volta quale grande dono fosse per loro quel mulino.
E per finire, con nostra grande sorpresa, non ci hanno lasciato partire senza prima averci fatto anche dei regali; noccioline e stoffe. Ancora una volta non è facile spiegare a parole che cosa voglia dire per chi vive con pochi euro al mese privarsi di tali beni.
Tutto questo, i loro sorrisi, i canti, i balli di grandi e piccini, il suono dei tamburi (in realtà grandi secchi che le donne utilizzano per le faccende domestiche), la gioia con cui sono riusciti a contagiarci è stata la migliore e più grande risposta al “perché”, e ognuno di noi porterà nel proprio cuore tutti i momenti vissuti in quello splendido pomeriggio.

lunedì, agosto 15, 2005

 

Brasile terra promessa

Tra aprile e maggio 2005 Fabiola ed io siamo stati in Brasile, richiamati dai vari amici che a distanza seguiamo; presentiamo qui una prima parte del nostro viaggio, consapevoli della difficoltà di trasmettere un’esperienza che ci ha segnati personalmente e come coppia.
Il Brasile che abbiamo conosciuto è un paese nel quale si sta scrivendo una nuova storia, una storia pacifica che narra di lotta per vivere e per costruire un mondo migliore; una storia che da qui appare silenziosa, ma che chiama in causa anche noi.
Come fare per raccontare il Brasile? Iniziamo con un po’ di numeri: 850 milioni di ettari (quanto l’Europa), 180 milioni di abitanti (quanto la metà degli europei) di cui i 2/3 vivono nelle città. Grande violenza nei centri urbani, paura di girare da soli, specie a Rio (12 milioni di abitanti, di cui la maggior parte vive nelle favelas abbarbicate sui morros, le loro colline), o a S.Paolo (16 milioni di abitanti) o a Bahia (3 milioni di abitanti).
Povertà nelle campagne, nei paesi e nei villaggi; di tutta la superficie brasiliana coltivabile, più della metà è in mano ai latifondisti ma viene coltivata solo in parte e con prodotti di monocoltura destinati all’esportazione (zucchero, soia, mais); per cui in Brasile c’è tanta terra ma la gente è povera.[1]
La nuova storia che si sta scrivendo in Brasile è dettata dalla voglia di sopravvivere e di continuare a sperare: negli ultimi vent’anni si sta verificando un coinvolgimento popolare spontaneo, una presa di coscienza della grande disparità economica, politica e sociale del Paese. La gente semplice, umile, specie quella delle campagne, sta prendendo consapevolezza della propria dignità, sta aprendo gli occhi e sta guardando al Brasile ed al mondo con uno sguardo rinnovato: la terra è dono di Dio, la terra è per tutti e non può essere proprietà di pochi; la terra è per la vita. Non è più possibile sopportare lo scempio di una terra lasciata abbandonata e che non produce frutti, dinanzi ad una popolazione che soffre la fame.
Ed ecco che, sulla scia del Concilio Vaticano II, la chiesa brasiliana ha iniziato a prendere posizione, ascoltando le situazioni di povertà ed appoggiando i contadini. Negli anni ’70 prendono vita le “Commissioni pastorali della terra” (CPT) proprio per essere più vicini alle povertà delle campagne, e nel 1984 con l’aiuto e l’appoggio delle CPT nasce un movimento nuovo, formato da contadini e per i contadini, un movimento che non esito a definire profetico: è il Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST). Da allora il MST passa di villaggio in villaggio spiegando la situazione agraria brasiliana ed invitando i singoli a prendere posizione per conquistare la loro terra promessa. Sì: l’esperienza biblica è la prima e forte icona che gli stessi contadini del MST utilizzano per esprimere la loro esperienza, la loro ricerca e la loro lotta per ottenere un pezzo di terra da coltivare.
E di una vera e propria marcia biblica siamo stati privilegiati osservatori: dal 1° al 17 maggio 12.000 contadini hanno marciato per più di 200 km, da Goiania a Brasilia, per chiedere la riforma agraria, per rivendicare la terra. Donne, uomini, bambini (il più piccolo aveva 9 mesi, il più anziano 92 anni) rappresentanti di oltre 4 milioni di famiglie senza terra e di tutti i poveri del Brasile, uniti da un ideale di giustizia, di pace, di fratellanza, da un ideale evangelico.
Siamo stati compagni di cammino di questi contadini sognatori, che sognano una ridistribuzione dalle terre ed un mondo più equo, che hanno il coraggio di credere alle Beatitudini, di credere in un Cristo che vuole liberare il suo popolo dalla tirannia dei romani ma con la nonviolenza, con la giustizia, senza abdicare alla propria dignità (se qualcuno ti percuote sulla guancia destra…) e senza aver paura di essere perseguitato. E di persecuzioni per la giustizia i contadini-senza-terra ne subiscono: tra il 1993 ed il 2002 ne sono stati uccisi 349 (dalla polizia federale o da quelle private) per far sgomberare aree pacificamente rivendicate dal MST.
All’arrivo a Brasilia, il 17 maggio, i rappresentanti del Movimento hanno avuto un lungo colloquio con Lula ed alcuni ministri: il governo si è nuovamente impegnato ad operare per la ridistribuzione delle terre, almeno di una parte. Ed i contadini continuano il loro esodo consapevoli che ci vorranno ancora decenni ma che un giorno anche loro otterranno terra, dignità e vita.
A noi rimane la forza del loro impegno, la consapevolezza ed il disincanto per una situazione difficile, drammatica, e contemporaneamente la consapevolezza dello stare nel giusto, del sapere che Dio è il Dio dei poveri, degli emarginati; e l’esperienza che per incontrarLo è necessaria quella metanoia evangelica che significa prendere posizione e condividere la vita.[2]

[1] Per avere un’idea sintetica, riporto tre dati: 1)La superficie coltivabile del Brasile è di 353 milioni di ettari, di cui ne vengono effettivamente coltivati solo 41 milioni, cioè l’11,8%. 2) Il valore dell’indice Gini è superiore allo 0,8. Questo indice, che va da 0 ad 1, rappresenta la concentrazione della terra in un determinato paese: se è 0, la terra è equamente distribuita tra tutti gli abitanti; se è 1, è in mano ad un solo singolo proprietario (Dati INCRA -Istituto per la colonizzazione e la riforma agraria). 3) le aziende private sono 2.924.204; di queste le piccole proprietà rappresentano il 60% degli immobili ed occupano solo il 7,8% del territorio; invece le grandi proprietà rappresentano l’1,2% degli immobili, ed occupano il 55% del territorio. (Dati elaborati dal Censo agropecuario del 1995, l’ultimo disponibile.)

[2] Per ulteriori informazioni su questo tema: www.comitatomst.it (in italiano); www.mst.org.br (in portoghese).

 

31 ottobre 2004:il matrimonio



Il giorno più bello della mia vita!

Ed un grazie a Maria per la foto!


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