mercoledì, gennaio 11, 2006

 
UN MULINO. PERCHE’? di Marco Antinori


Poco più di un anno fa le Suore Francescane dei Poveri in collaborazione con la parrocchia S.M.Regina Pacis facevano partire il progetto per finanziare la costruzione di un mulino da mettere al servizio di alcuni villaggi della savana in Senegal. Questo progetto venne chiamato “Un mulino, perché?”.
In effetti, per chi non ha avuto mai la fortuna di vedere la “vera” Africa era proprio necessario spiegarlo questo perché.
La maggior parte di noi quando pensa ad un mulino porta subito alla mente la figura classica delle pale che girano al vento, o magari di una grande ruota azionata dalla forza dell’acqua di un fiume e certo non è facile collocare queste immagini in mezzo ad una brulla savana.
E allora era giusto, nel lanciare il progetto, far capire a tutti noi che cos’è un mulino in Senegal e qual è l’importanza che può avere per le persone che lo utilizzano.
Ebbene un mulino altro non è che una semplice costruzione con all’interno una macchina che serve per macinare i vari prodotti della terra che le persone dei villaggi circostanti portano nell’arco della giornata.
Inoltre, cosa più importante, le persone che usano il mulino sono, di fatto, solo donne e la possibilità di utilizzare un mulino equivale a tutti gli effetti ad un cambio radicale delle proprie abitudini, dei ritmi della giornata, e ad un miglioramento enorme della qualità della vita. Di fatto, in pochi minuti il mulino svolge per queste donne il lavoro che di solito le tiene occupate dall’alba fino all’ora del pranzo, ogni giorno della loro esistenza.
Capito questo, si può pensare che tutto sommato andare a vedere di persona il famoso mulino del famoso progetto non potesse aggiungere più di tanto alla nostra esperienza. Invece, così non è stato. Anzi, una volta ancora abbiamo avuto la riprova di quanto le parole siano spesso inadatte a spiegare eventi, ragioni ed emozioni.
Vivere sul posto il “perché” di un mulino è stata un’esperienza grandissima, che ci ha dato la possibilità di entrare in contatto con la quotidianità della famiglia dei villaggi africani e di sentire realmente, più con il cuore che con le orecchie, il vero valore che esso riveste, e l’accoglienza ricevuta è stato il modo per misurarlo.
Al nostro arrivo, le famiglie che vivono vicino al mulino ci hanno aperto senza esitazione le loro case, o per meglio dire le loro capanne, mostrandoci tutti i luoghi dove si svolge la normale attività quotidiana. La benedizione del mulino e la successiva festa sono state caratterizzate da quella semplice e caldissima accoglienza di cui solo questa gente è capace. Non mancava proprio niente, persino la coca cola per dei poveri “tubab” (come veniamo chiamati noi bianchi) che non possono bere l’acqua del posto. Il responsabile della comunità ha voluto ringraziarci pubblicamente spiegando ancora una volta quale grande dono fosse per loro quel mulino.
E per finire, con nostra grande sorpresa, non ci hanno lasciato partire senza prima averci fatto anche dei regali; noccioline e stoffe. Ancora una volta non è facile spiegare a parole che cosa voglia dire per chi vive con pochi euro al mese privarsi di tali beni.
Tutto questo, i loro sorrisi, i canti, i balli di grandi e piccini, il suono dei tamburi (in realtà grandi secchi che le donne utilizzano per le faccende domestiche), la gioia con cui sono riusciti a contagiarci è stata la migliore e più grande risposta al “perché”, e ognuno di noi porterà nel proprio cuore tutti i momenti vissuti in quello splendido pomeriggio.

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